TEATRO


I suoi interessi per il teatro sono confluiti nella composizione di una trilogia di testi teatrali L’ombra parlata, di cui il primo testo, in versione francese, Angele ou de l’extase, è stato rappresentato a Parigi per la regia di Jack Coudert. Compongono inoltre la trilogia Milena e Le attese di Lucia.

IL TEATRO CRUDELE

La folgorante formulazione del teatro crudele in Artaud è l’orizzonte implacato che, nel suo valore fondante, l’attrice in quanto sviluppo espressivo di pluralità dilaceranti, non potrà esimersi dall’interrogare: “ma cos’è il teatro? Una specie di grosso chiodo a forma di vite che si ha qui, sotto i polmoni e che si avvita e si svita”.

Se il soffio è il moto propulsivo che scuote e irradia il corpo dell’attore, esso si situa in una zona liminare – sotto i polmoni – una frontiera ferita perché incisa dal chiodo-crocefisso che scava, martirizzando, per ricostruire una nuova anatomia. L’attore è alienato (cfr. Aliéner l’acteur) in quanto esposto, sulla tavola anatomica – quale è diventato il palcoscenico – alle vivisezioni che lo sondano nelle potenzialità psicofisiche ancora inesplorate.
Così si avvita e si svita, cioè annoda al corpo proprio in modalità scarnificanti e incisive, come ad un organismo espanso, lacerato, i conflitti insoluti, perturbanti, sradicati ai grumi originari. E poi li snoda, li libera, come uno strappo dalla pelle, dopo averli riplasmati e ricuciti sulla carne a vivo.
Nell’era tecnologica la crudeltà si impone come il recupero del corpo nudo, originario, dionisiaco dell’attore. Bandite tutte le forme di supporto, quel che serve a sostenere ma anche a limitare il rischio di un’esperienza senza rete – protesi securizzanti: microfoni, immagini proiettate, registrazioni, tutto ciò che rilancia l’attenzione di un pubblico annoiato, disincantato, a freddo – è il corpo dell’attore che assume su di sé, aperto e spoglio, tutte le fitte e i soprassalti dell’imprevisto. Solo così si attinge al doppio della vita, ai confini della perdita, sul ciglio della morte.

Un monologo per il trionfo del vizio
di Antonella Melilli
E’ uno spettacolo di semplicità scarna e intensa al tempo stesso, questo “Justine e il suo doppio”, scritto e diretto da Carlo Pasi, che on concede appigli e che all’abilità dell’unica interprete Francesca Tommasi affida il compito di tener desta l’attenzione dello spettatore. E soprattutto di delineare un mondo interiore di moderna conflittualità freudiana, che, prendendo l’avvio dall’universo sadiano, contraddistinto da una distinzione netta di bene e di male, di vizio e di virtù, si addentra nelle sfaccettature contraddittorie di un’identità irrisolta che tutti li comprende. Sulla scena nuda infatti, segnata appena da un piccolo cubo chiaro e da una pedana scura, la Justine che nella scrittura di De Sade incarna le disgrazie della virtù e la Juliette che specularmente a lei si oppone a simbolizzare le prosperità del vizio si fondono in una sorta di personaggio fantasma, in cui entrambe sembrano convivere, scontrandosi, straziandosi o addirittura anelando reciprocamente l’una all’altra. Come sospinte da pulsioni inquiete e prorompenti, da cui Justine emerge, soprattutto nella prima parte, come personaggio dominante, sempre più pressato fino a una scissione di irreparabile schizofrenia dall’ombra minacciosa e incalzante di una liberata sorella. Un personaggio di pura invenzione, che ha i tratti di una maestra di scuola incapace di comunicare con un fantomatico redentore-terapeuta e che si dibatte fra l’incalzare di sensi di colpa indotti da lontane repressioni materne e l’affiorare di una istintiva sensualità. Il lungo monologo, interpretato dall’attrice con sensibile partecipazione, si snoda in un gioco ambiguo e fluttuante al cui interno la stessa Juliette, padrona del suo corpo e maestra del godimento e del piacere, torna alla purezza dell’infanzia, nostalgicamente evocata, di una segreta Justine che in lei permane E con lei si intreccia in un gioco di specchi, umanissimo e sottilmente perverso, che restituisce in tratti di infantile smarrimento, di provocazioni consapevoli, di ribelli compulsività, la sensibilità e il pudore, l’eversività e la trasgressione di due diversi modi di vivere una sessualità femminile continuamente in lotta con se stessa. Gli echi di una moderna consapevolezza di libertà sembrano costituire il punto di partenza di un’introspezione crudele e impietosa, dolorosamente gravata dalla pania costrittiva di un universo prevalentemente maschilista, che approda al corpo dell’attrice come a una autentica partitura di voci e di gesti.