Il genio poetico non è il dono verbale (il dono verbale è necessario poiché si tratta di parole, ma spesso fuorvia): è la divinazione delle rovine segretamente attese, affinché tante cose compatte si disfino, si perdano, comunichino. Nulla è più raro. Questo istinto che divina e lo fa certamente, esige da chi lo detiene, il silenzio, la solitudine: tanto più ispira altrettanto crudelmente isola.

G.Bataille, L’Expérience intérieure


Si tratta, lo hai capito, della solitudine mortale, di questa regione disperata e folgorante in cui opera l’artista.
Aggiungo tuttavia che devi rischiare una morte fisica definitiva. La drammaturgia del Circo lo esige. È con la poesia, la guerra, la corrida, uno dei soli giochi crudeli che sussistano.
Il funambolo lo si evita. È solo. La sua apparente maledizione gli permetterà tutte le audacie poiché nessuno sguardo lo turba. Eccolo che si muove in un elemento che si apparenta alla morte, il deserto.
È dunque questa solitudine che ci affascinerà.
Non si è artisti senza che una grande infelicità ne sia implicata.
Si trattava di infiammarti, non di insegnare.

J. Genet, Le Funambule


Non ci sarà un nome unico, foss’anche il nome dell’essere. E bisogna pensare ciò senza nostalgia, cioè fuori del mito della lingua puramente materna o puramente paterna, della patria perduta del pensiero. Bisogna al contrario affermare ciò, nel senso in cui Nietzsche mette in gioco l’affermazione, con un certo riso e un certo passo di danza.

J. Derrida, Marges de la philosophie


Bisogna fare il vuoto quando si scrive.
E questo mi spiega perché sono riuscito a scrivere a partire dal giorno in cui ho deciso di non scrivere se non per dire che non potevo penetrare lo scritto.

Antonin Artaud, Sistemare il fantoccio